Intervista a Nicolò Morales, in questi giorni a Palermo da Bobez con la mostra “Mediterranea”

Noi di Vivendo Palermo ieri siamo stati alla mostra di Nicolò Morales, geniale artista siciliano, di Caltagirone che esporrà le proprie creazioni fino a giorno 8 gennaio da Bobez Arte Contemporanea. La mostra è denominata “Mediterranea”, e visitando la galleria il motivo di tale nome è chiaro. Morales è un ceramista, proviene da Caltagirone che possiamo definire una capitale della ceramica, ed ha fatto della passione per la Sicilia ed il mare il suo lavoro, i colori stessi che usa per le ceramiche provengono direttamente dal territorio. La tematica è tutta rivolta al mare e al suo ecosistema, al mare ed all’acqua come fonte di vita e di ispirazione. Ed il mare è protagonista quotidianamente nella vita dell’artista, difatti Nicolò è un sub professionista, una guida subacquea che poi riporta nelle sue opere ciò che vive quando si immerge.

Ci può descrivere le sue esperienze ed il percorso che l’ha portato a diventare l’artista che è oggi?

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Io faccio questo lavoro da sempre. Ho iniziato ufficialmente all’età di 10 anni perché ho iniziato a lavorare in
bottega come artigiano, però ancora prima, all’età di 5 anni anche se sembra poco credibile furono sostituiti
in camera da letto i vetri degli infissi, all’epoca non si utilizzavano le guarnizioni ma c’era una specie di
stucco, io da bravo bambino mi tirai via un po’ di stucco, ovviamente i miei genitori mi sgridarono, e mi feci
la prima pallina di materiale plastico. Il mio primo giocattolo, creato da me, fu una sorta di Dinosauro. Mia
mamma vedendo che questo bambino irrequieto, si comportava bene, da quel momento iniziò ad andare
dal vetraio e si faceva dare questo materiale. Da lì poi la mollica del pane, la cera del formaggio, fino ad
arrivare in bottega, all’istituto d’arte. E nonostante una formazione scolastica nel settore, mi reputo
comunque autodidatta perché mi sono dovuto reinventare tutto. La stessa cosa per i colori, sono vere e
proprie alchimie, non compro prodotti industriali. Sono terre che reperisco sul territorio, tipo l’ossido di
manganesio che uso per i toni scuri e satinati. Altre cose per facilità di acquisto, compro direttamente i
minerali. Alla fine è tutto frutto di alchimie e ricette personali.

Lei ha frequentato l’istituto d’arte per le ceramiche, ma si è distaccato da quelli che sono i  canoni classici.

Io già quando arrivai a scuola, rimasi abbastanza deluso, mi ero aspettato di trovare chissà quale mondo
fiabesco, ma non sempre la teoria si associa alla realtà. E quindi è stato un ulteriore motivazione in più per
fare le cose come le ho fatte.

Ci può spiegare il significato delle sue opere?

Il messaggio del mare è perché intanto sono un appassionato di subacquea, sono una guida subacquea, ho
fatto anche esperienze all’estero. Il taglio che molti pensano che sia un taglio, in realtà non è un taglio
perché la parte mancante sono nel pavimento o nella parete. Per esempio in questo volatile (vedi foto sotto) in realtà la parte che manca è dentro. Quando esce fuori la testa, in una società priva di sostanza c’è questa volontà di apparire di emergere a tutti i costi, la parte posteriore invece al contrario, questa evasione, questo voler
scappare, un po’ come fa lo struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia. Per quanto riguarda “Le pinne di Megattera” (vedi foto sotto), qui il messaggio è forte perché solitamente il gesto più importante quando si ha una richiesta di aiuto è alzare la mano, qui simbolicamente la balena, tira fuori la pinna perché fanno le ricerche petrolifere, buttano queste bombe l’ecoscandaglio, le balene si disorientano e vanno a spiaggiarsi.
Questa è violenza che si sta attuando nei confronti del mare, il mare vive. Se consideri che il pianeta è più acqua
che terraferma, che la vita sulla terra ferma è nata dal mare, che il corpo umano è più del 70% di acqua,
l’idea che l’uomo non capisca questo, basterebbe veramente poco per sistemare il mondo.
Il mio messaggio sottolinea anche la diversità, perché questi non sono ne gabbiani ne altro, sono creature
diverse. Vittorio Sgarbi le definisce “Invenzioni di grande felicità”. Il 10 Dicembre verrà ad inaugurare la mia mostra a Caltagirone, ed è dal 1992 che non faccio una mostra nella mia città.

L’intervista prosegue con la descrizione delle cipree (vedi foto sotto).

Le cipree in natura non superano mai più di 10 cm, io me le sono immaginate in macro, perché quando
muore l’ospite, i paguri se ne appropriano, quindi il concetto di casa, di poter rifugiarsi, quindi nulla di
strano che in una mia visione di isolamento, io me ne andrei in una mia Ciprea a starmene tranquillo.

Il messaggio che lei intende trasmettere nelle sue opere con questo tipo di presentazione arriva molto alla gente,è molto coinvolgente, qual è il suo pensiero a tal proposito?

Queste sono cose di grande istinto,perché molti pensano che ci sia chissà quale riflessione, può darsi che ci sia anche, però ti giuro è come quando tu ti alzi al mattino e ti lavi la faccia al mattino, non è che stai pensando che ti stai lavando la faccia.Io sono per la libertà di interpretazione, la traccia la do perché mi si viene chiesta, però la cosa bella, per esempio le ragazze di Max Mara guardavano i pesci mi hanno detto : “danno Felicità”. La stessa lettura che ha dato Sgarbi,che sono un “invenzione di grande felicità”, la lettura in pratica riesce a collimare. Quindi significa che quel messaggio da parte mia premeditato o meno, è arrivato. I pesci ingannano a metà, perché al tatto rimane un pesce, quindi hai due conferme, una visiva e una tattile, ma poi non è un pesce perché non è vivo.

Per quanto riguarda le “teste” (vedi foto sotto) quando nel suo percorso artistico ha iniziato a realizzarle?

Queste sono appunto il decadimento, il disfacimento, si perde l’identità delle persone. Tanto è vero che il
percorso ci porta nelle teste dove non ci sono i tratti somatici, sono una sorta di Bronzi di Riace del nostro
tempo, che hanno perso completamente l’immagine. Le teste sono una fase intermedia nel mio percorso, le ho realizzate prima delle pinne di megattera. Senza le teste non ci sarebbero state le pinne.

Le danzatrici (vedi foto sotto) ci può descrivere questa opera?

Le danzatrici le faccio da tanti anni, sono amatissime e a me servono più che altro come studio di ricerca per
quanto riguarda il dinamismo, il movimento. In ogni caso, i capelli li voglio rappresentare come libertà, sono
un pò le ali degli angeli, e poi sia nel parlato che nei fatti, in base a quello che ci accade, la prima cosa che
facciamo è quella di metterci le mani tra i capelli. Hanno un peso, una densità e comunque se tu vedi, sono libere, si
muovono anche in questo strascico dei capelli.

Ci parli un pò del suo daltonismo, di quello che ha significato nel suo percorso artistico, lei è comunque un esempio, ha fatto di una sua debolezza la sua forza ed anche il suo lavoro, comunicando un messaggio.

Per me è una sofferenza. Per esempio io avendo un padre fruttivendolo, mi metteva a separare i pomodori
maturi da quelli verdi e per me erano tutti uguali, quindi li separavo al tatto, quelli più molli erano quelli
rossi però li ammaccavo e mio padre mi sgridava. Ora lui credeva che da parte mia ci fosse negligenza,
menefreghismo. Poi a 18 anni quando mi arruolai nell’esercito, mi diedero tutto l’abbigliamento verde e la
tuta ginnica acetata verde lucido che per me era rossa, e ai commilitoni dissi “Ma ci hanno dato la tuta
rossa? e loro mi risposero: ” Ma come a te rossa l’hanno data, fammi vedere, ma vedi che è Verde!”, e poi quando presi la patente dell’ambulanza sempre in caserma, quello mi aprì le tavole di Ishihara e mi dissero “Ma veda che  lei è daltonico”.


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